a cura della Dott.ssa Galluccio Mara, Dott.ssa Mannino Letizia, Dott.ssa Cardellino Carmen – Studio di Psicoterapia ISEA – Roma.

Recentemente la rivista Lancet nell’affrontare il tema dell’emergenza obesità nel mondo ha riportato il parere di un esperto del National Institute of diabetes and digestive and kidney diseases, secondo il quale sottrarre appena 250 calorie alla dieta giornaliera permetterebbe di perdere 13 kg in tre anni, di cui la maggior parte nel corso del primo anno. Insomma, come dire che basterebbe mangiare poco meno per non ingrassare e addirittura per dimagrire La ricetta sembra semplice, ma come mai molte persone non riescono a perdere peso e l’obesità sta diventando una emergenza sanitaria? Per comprendere meglio la natura di questo problema può essere utile provare a fare una distinzione fra gli individui per i quali l’aumento di peso non sembra necessariamente dovuto a un aumento di apporto calorico e coloro per i quali invece è presente un’alimentazione in eccesso.

Limitatamente a questi ultimi, poiché una delle funzioni principali dell’alimentazione dovrebbe essere di fornire energia all’organismo, si tratta di capire perché alcune persone sentono il bisogno di mangiare più del necessario. E’ vero che l’assunzione di cibo è associata anche a un senso di piacere e golosità ma questa importante componente che caratterizza l’alimentazione degli esseri umani fin dalla nascita non è sufficiente a spiegare gli eccessi nel mangiare; tanto più che questa modalità alimentare molto spesso non si accompagna affatto ad un assaporare ciò che si mangia e comporta invece conseguenze sgradevoli a più livelli. Un fattore che può entrare in gioco in questi casi è quello emotivo. Fa parte anche del senso comune ritenere che possa esserci una correlazione fra stati emotivi ed alimentazione. Infatti si pensa spesso alla cioccolata come a una sorta di antidepressivo o ai dolci come un lenitivo per le delusioni affettive. Effettivamente il cibo può avere sia una blanda funzione consolatoria che assumere un ruolo molto più importante nella gestione del disagio emotivo dando origine a veri e propri disturbi alimentari di natura psicogena (cioè a genesi psichica).

 
A riguardo può essere utile un breve cenno ai principali disturbi dell’alimentazione: anoressia nervosa, bulimia nervosa e i cosiddetti “disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati” Le abbuffate, caratterizzate da un eccessiva assunzione di cibo e accompagnate dalla sensazione di non avere il controllo sulla quantità e tipologia di quanto si mangia, possono essere presenti in tutte e tre le manifestazioni e sono principalmente di due tipi: seguite da comportamenti di ‘eliminazione’ (ad esempio vomito, uso inappropriato di lassativi, diuretici) o senza condotte di eliminazione; in questo secondo caso sono invece presenti altre forme di compensazione come digiuno o intensa attività fisica. Fra i disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati è utile ricordare il disturbo dell’alimentazione incontrollata contraddistinto anch’esso da abbuffate ma senza condotte di compensazione.

Seppure con le diverse specificità individuali, in genere, il soggetto con disturbi dell’alimentazione sente che il proprio aspetto fisico influisce in modo importante sulla sua autostima, tanto da confondere il senso di capacità e competenza personale con l’aspetto esteriore che diventa così una dimensione del proprio valore e costituisce una componente significativa per sentirsi apprezzati nei contesti sociali/relazionali.

A questo spesso si accompagna la difficoltà a riconoscere alcune emozioni, generando quindi un senso di confusione e di vuoto, che vengono avvertite più facilmente come “bisogno” di mangiare. Questa difficoltà unitamente all’attenzione all’aspetto esteriore rischia di innescare un circolo vizioso perché orienta l’attenzione sulla relazione

“iperalimentazione -> aumento peso”

piuttosto che sulla relazione 

“particolari stati emotivi -> iperalimentazione -> aumento peso”.


Un altro aspetto interessante da osservare è il diverso modo con cui le persone reagiscono nell’affrontare una dieta. Solo per fare qualche esempio, alcuni pazienti riescono a perdere peso, ritrovano un maggiore benessere e lo mantengono mentre altri, invece, dopo aver consultato dietologi, nutrizionisti, o altri professionisti del settore e avere intrapreso una dieta, la abbandonano, magari proprio quando comincia a dare risultati; o, in altri casi ancora, dopo averla conclusa con successo, trascorso un certo intervallo di tempo, recuperano tutto il peso, magari con gli‘interessi’. Mentre per la prima tipologia di pazienti può avere contribuito al successo della dieta una maggiore conoscenza e informazione circa le caratteristiche dell’alimentazione (calorie, fabbisogno individuale ecc.), nel secondo caso è probabile che ancora una volta entrino in gioco fattori più di tipo emotivo.

Effettivamente come psicoterapeuti osserviamo con frequenza persone che, pur motivate a dimagrire, hanno difficoltà a seguire le diete. Se, con alcuni di questi pazienti, si va a ricostruire l’andamento del sovrappeso emerge che questo sembra seguire una sua logica; nel senso che si manifesta in passaggi di vita critici: esame di maturità, difficoltà nelle relazioni sentimentali, successi o insuccessi lavorativi, solo per fare alcuni esempi. Per il paziente individuare questa connessione può costituire una “scoperta” che favorisce una maggiore comprensione del problema e gli permette di assumere un ruolo più consapevole nei confronti dell’alimentazione. Si può dire che in qualche modo il problema che inizialmente veniva sentito come principale, l’aumento di peso, finisce in secondo piano rispetto al vissuto emotivo che determina lo stimolo a mangiare.

E’ importante, quindi, se è presente o si sospetta una componente di tipo psicologico porre l’attenzione non tanto su quanto il paziente mangia ma piuttosto su quali sono i momenti della giornata in cui avverte maggiormente il bisogno di farlo, portandolo a individuare lo stato emotivo in sottofondo.

Nei casi in cui l’assunzione di cibo è motivata da stati emotivi gli interventi volti principalmente a limitare o regolare l’alimentazione rischiano di risultare inefficaci; infatti il soggetto avvertendo immutato il bisogno di mangiare può avere difficoltà a portare avanti la dieta e talvolta può sentirsi frustrato e in colpa per questa incapacità. La difficoltà a perdere peso rischia, quindi, di essere avvertita come un fallimento personale e di amplificare vissuti che minano l’autostima; sentimenti che, a loro volta, possono determinare scoraggiamento e scarso impegno nell’affrontare la dieta.

Purtroppo la pubblicità, la moda e i media esercitano un spinta ad adeguarsi e uniformarsi a certi modelli e standard nell’aspetto fisico per“essere di successo” contribuendo ad accentuare alcune forme di insicurezza in persone già predisposte. Risulta, quindi, ancora più importante che i professionisti della salute riescano a orientare il paziente verso un approccio ai problemi di sovrappeso che tenga conto della loro multifattorialità e scoraggiare comportamenti volti ad affrontare principalmente l’aspetto esteriore a scapito di altre componenti. Occorre tenere conto, in modo adeguato, del ruolo giocato dall’ ingrediente emotivo anche rispetto all’utilizzo di altre tecniche finalizzate alla riduzione di peso che si stanno diffondendo: palloncino, pillole di varia natura, e recentemente pare stia riscuotendo un notevole successo la NEC. Queste metodologie non sono esenti, in alcune circostanze, da potenziali problemi dal punto di vista psicologico. Infatti queste soluzioni, che possono apparentemente sembrare più brevi e tollerabili di una dieta, potrebbero incorrere nel rischio di far assumere al paziente un ruolo troppo passivo.


A questo proposito ricordiamo come spesso il problema del sovrappeso, in particolar modo se di origine psicogena, si accompagna a una difficoltà a riconoscere e ascoltare le sensazioni fisiche, relative alla percezione della fame e della sazietà, e queste metodiche non sono certo di aiuto. Per concludere, alla luce di quanto detto, emerge l’importanza di individuare e inquadrare i pazienti con problemi di obesità con componente psicogena per orientarli correttamente nella cura. Ma anche laddove la tematica emotiva non dovesse costituire la causa principale del sovrappeso è comunque importante considerare il ruolo giocato da questa; infatti proprio perché l’aspetto corporeo può influire ed è legato alla percezione dell’autostima, un approccio globale favorisce la compliance del paziente e può facilitare il lavoro di dietologi, nutrizionisti e professionisti del settore.